lunedì 23 luglio 2012

Gynaephora groenlandica: la specie di farfalla più longeva del mondo

la falena Gynaephora groenlandica
Le farfalle sono note per la loro scarsa longevità. Una farfalla, tuttavia, è solo l'ultimo di una serie di stadi che l'insetto attraversa, andando incontro ad un processo di metamorfosi step-by-step, e le differenze tra bruco e farfalla sono molto significative, annoverando una diversa morfologia anatomica, diverse abitudini alimentari ed anche una diversa longevità, generalmente più alta per il bruco che per il corrispettivo stadio di farfalla della stessa specie. Ci sono specie di farfalle in cui il bruco può vivere alcuni anni, mentre la farfalla poche settimane, ma sicuramente sorprende parecchio la differenza esistente tra bruco e farfalla della specie Gynaephora groenlandica. Come suggerisce il secondo nome del nome scientifico, si tratta di una specie che vive in condizioni estreme, in territorio artico, in cui bisogna tollerare temperature che possono scendere al di sotto di -60°C, cosa tutt'altro che semplice per un insetto. Gynaephora groenlandica riesce a sopravvivere grazie ad un bellissimo artificio: "rateizza" l'esistenza dello stadio di bruco in modo da sfruttare i periodi più favorevoli alla sopravvivenza.
Bruco villoso di Gynaephora groenlandica
In particolare, il bruco di Gynaephora groenlandica, noto anche come "bruco villoso", dopo la schiusa dell'uovo vive per alcune settimane, approfittando del relativo tepore dell'estate artica, si nutre il più possibile per accrescersi, perché poche settimane dopo, sul finire dell'estate, il bruco va in ibernazione degradando i mitocondri delle proprie cellule, per risintetizzarli nella successiva primavera, e produce un ibernacolo di seta, che svolge sia una funzione di isolamento dal freddo, favorendo la sintesi di composti crioprotettivi, sia una funzione protettiva contro l'azione di vespe parassitoidi. Riguardo a quest'ultimo punto è curioso come gli ibernacoli siano molto più importanti nel ruolo di protezione dai parassitoidi - che possono arrivare ad uccidere fino al 75% dei bruchi e delle crisalidi - che nella crioprotezione, per la quale la sintesi e l'accumulo di composti come glicerolo e betaine risulta piuttosto efficace nel permettere loro di tollerare temperature molto basse. La specie è perciò molto corteggiata dai biologi che vogliono approfondire le ricerche sulle tecniche di conservazione e/o ibernazione di cellule e tessuti.
La ragione per cui sopra ho scritto che il bruco "rateizza la propria esistenza" risiede nel fatto che ripete questo processo più volte, "scongelandosi" soltanto nei periodi estivi, trascorrendo così quasi il 95% del tempo della propria vita in ibernazione e il restante 5% nutrendosi nella tundra artica nel mese di giugno. Sono documentati casi di bruchi che, giunti al 14° anno, si trasformano in falene, facendo di tale specie il più longevo lepidottero finora conosciuto.