mercoledì 6 aprile 2011

Perché la belladonna si chiama così?

Se non conoscete la belladonna, sappiate che stiamo parlando di una pianta appartenente alla famiglia Solanaceae; in poche parole, lo stesso gruppo a cui appartengono anche piante come quella della patata e del pomodoro, ma a differenza di queste ultime due, che ci forniscono quotidianamente sostanze importanti per il nostro metabolismo, la belladonna rappresenta una delle piante in assoluto più pericolose per noi. Atropa belladonna è una pianta tossica ma nel contempo largamente utilizzata in ambito fitoterapico perché contiene sostanze che, se impiegate al di sotto del dosaggio letale, possono essere di grande aiuto per la salute umana; al contrario, se impiegate con un dosaggio uguale o superiore alla soglia letale, possono provocare una morte di atroci sofferenze. 
Il nome scientifico di questa pianta sintetizza entrambe le facce di questa affascinante "medaglia" botanica. Atropo era infatti una delle tre Parche (o Moire), insieme a Cloto e Lachesi, le divinità della mitologia greca e latina che decidevano le sorti umane tessendo e tagliando il filo della vita. Atropo, che in greco significa letteralmente "inevitabile", era la Parca più anziana, nonché la più temuta, perché aveva il cinico compito di recidere ogni filo vitale quando l'ora era ormai giunta. Sappiamo infatti che la belladonna contiene in varie parti di essa, con concentrazioni più elevate nei semi, alcaloidi potenti, quali atropina, belladonnina, scopolamina, ecc. Il principio attivo maggiormente utilizzato in fitoterapia è senz'altro l'atropina. Essa, presente in grandi quantità nella pianta, veniva largamente utilizzata dalle dame del Rinascimento per motivi estetici (da cui la seconda parte del nome belladonna), in quanto l'atropina ha un'azione anticolinergica, e tra le tante azioni esercita un controllo sul muscolo irideo dell'occhio favorendone il rilassamento; il risultato è che la pupilla si dilata, dando l'impressione che l'occhio sia più grande e, quindi, anche più bello.  Ancora oggi l'atropina è impiegata nell'ottica per preparare l'occhio a determinati tipi di interventi di chirurgia.
Gli alcaloidi presenti nella belladonna da tempi immemorabili trovano un largo impiego in ambito medico per le loro proprietà officinali, perché se utilizzati in dosi basse (10 mg di atropina sono letali per un adulto!!!) possono avere straordinari effetti terapeutici, soprattutto contro spasmi, coliche, attacchi d'asma, dismenorrea, come tranquillante generale o anche per il trattamento della rigidità muscolare del morbo di Parkinson.
La pianta è facilmente identificabile ed è assolutamente indispensabile evitare l'ingestione di bacche, che possono condurre rapidamente ad un avvelenamento per l'elevata concentrazione di alcaloidi con numerosi sintomi, quali: senso di aridità e secchezza alla bocca, vertigini, tachicardia, paralisi degli sfinteri, delirio e allucinazioni, arrivando, senza intervenire, alla morte per paralisi nel giro di un paio di giorni.

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